Mimì Tortolano, c’era una volta il cronista

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C’era una volta il cronista. Un lavoro scomodo, dove uomini (molti) e donne (poche) si muovevano tra uffici polverosi, nei corridoi di Comuni e tribunali. Tra scartoffie e appunti volanti. Raggiungevano scene del delitto per recuperare elementi, scatti, informazioni. Dettagli. Ci si muoveva a tutte le ore, sotto la pioggia, con il caldo, tra viuzze sperdute nelle campagne e in borghi dimenticati. Si doveva andare sul posto per capire, per vedere, per carpire informazioni. Per poter raccontare i fatti. Le fonti non erano i social, erano persone, uomini, volti. Erano importantissime. Con le fonti esistevano rapporti che andavano ben oltre un messaggio inviato su una chat. Un altro mondo, un’altra epoca. Un’altra storia. La storia.

In quella schiera di uomini e donne, un esercito che lavorava senza sosta e inviava pezzi dettandoli al telefono, tramite fax e con strumenti che oggi non esistono più, cancellati con un colpo di spugna da internet, c’era un giovane ragazzo, Domenico. Conosciuto da tutti come Mimì, ha iniziato a percorrere chilometri di strada, di corridoi, tra una notizia e l’altra. I corrispondenti, in quel tempo, rappresentavano le colonne portanti dei giornali nazionali e non solo. La cronaca arrivava dai paesi, dalle province. La cronaca locale diventava nazionale grazie al lavoro di chi stava sul posto. Solo chi stava sul posto poteva fornire dettagli e accogliere, nel caso, il grande giornalista arrivato dalla sede centrale.

Mimì Tortolano ha iniziato così questo percorso il 4 dicembre del 1963, per Il Tempo, aveva 22 anni e tanta voglia di fare. Le prime esperienze nel 1960 al Gazzettino del Lazio di Michele Giordano quando era ancora uno studente universitario a Napoli. Con il cipiglio e un atteggiamento pacato che lo hanno sempre contraddistinto, ha iniziato a farsi spazio tra i colleghi. Nel frattempo, tra un consiglio comunale, un processo e una partita di calcio, ha trovato l’amore della sua vita. Si è sposato. E’ diventato padre. Docente. Poi nonno. Ma mai, mai e poi mai ha abbandonato la “penna”.

Nei decenni si è adeguato accompagnando le nuove generazioni, insegnando ma anche imparando. Il Tempo, Il Messaggero, l’Ansa, La Gazzetta dello Sport, Il Mattino, Il Giornale d’Italia, Il Globo -quotidiano economico di Confindustria che non c’è più: un panorama ampissimo per decenni di articoli, notizie, informazioni, analisi. Acuto osservatore, ha partecipato a quasi mille appuntamenti in assise civica. Ha sicuramente trascorso più tempo di chiunque altro in aula Di Biasio. Sempre al suo posto, con penna e taccuino. Ancora oggi siede in aula, prende appunti e non gli sfugge nessun punto all’ordine del giorno.

Un giovane Mimì Tortolano nel 1962 (il primo a destra)

E chi siede con lui a quel tavolo, nel cuore di quell’aula, nel centro del Palazzo di piazza De Gasperi forse non comprende bene il valore di quel posto. Di questo ruolo. La responsabilità che rappresenta nei confronti dei lettori. Mimì continua a insegnare, a fornire analisi attente e dettagliate della politica che, oggi, non ha quasi più niente in comune con quella di oltre mezzo secolo fa. Ne ha visti passare di sindaci, assessori, consiglieri. Ha visto Cassino cambiare, affrontare periodi di grande crescita, di profonda crisi. Politica, sport, cultura, economia, sociale. Con i suoi completi classici, giacca e gilet. Quegli occhiali inconfondibili, Mimì è ogni giorno sulle scale del Comune, perché questo mestiere non ha una fine, non ha cartellini da obliterare, è una vocazione, è qualcosa che ti scorre nelle vene. Diventa abitudine, malattia, vizio, emozione, impegno. Brivido.

(Anno 1961 –
Fonte Cassino nei Cassetti)

E nel giorno di Santa Barbara, santa protettrice dei Vigili del Fuoco, Mimì ha iniziato la sua strada. All’inizio degli anni ’60. Dopo sessant’anni è ancora qui, con i suoi modi garbati, con il suo taccuino. Percorre il corridoio che porta agli uffici del sindaco, della Giunta. Sale e scende quei gradini in piazza De Gasperi. Siede sugli spalti dello stadio Salveti. Siede al tavolo in legno destinato ai giornalisti. Poi, se i lavori in aula vanno per le lunghe, non fa niente. Alle 20 Mimì lascia il suo posto e fa rientro a casa, per scrivere le sue 1000/2000 battute. Il giornale deve andare in stampa. Serve il pezzo. Il resoconto del cronista.

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