Salera solo nella Villa: la maggioranza ora gioca a nascondino

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C’è un momento, in politica, nel quale la foto di gruppo smette di essere una foto e diventa una radiografia. Mostra chi c’è, chi manca, chi si mette in prima fila quando si tagliano i nastri e chi invece scopre improvvisamente l’arte antica della discrezione quando arrivano i sigilli.

La vicenda della Villa Comunale di Cassino è entrata esattamente in questa fase. Quella in cui non basta più dire: “Il Comune è parte lesa”. Perché può essere vero sul piano giudiziario. Può essere scritto nelle carte. Può essere rivendicato in conferenza stampa. Ma non cancella il nodo politico e morale della vicenda.

Il Comune sarà anche parte lesa. Ma Cassino, prima del Comune, è stata parte esposta. Esposta ai dubbi. Esposta alle rassicurazioni. Esposta alle mezze verità. Esposta a una narrazione pubblica nella quale chi sollevava perplessità veniva trattato come un guastafeste, un allarmista, uno che voleva rovinare la festa prima ancora del taglio del nastro. E invece la festa, alla fine, l’hanno rovinata le carte.

La maggioranza del “tutti insieme” non c’è più

Fino a ieri facevano a gara per stare accanto al sindaco Enzo Salera. Una spalla qui, una foto là, un sorriso accanto al primo cittadino, una dichiarazione di sostegno, un post con la Villa rinata, riqualificata, restituita alla città. Oggi, invece, molti sembrano essersi iscritti al campionato comunale di nascondino.

Il sindaco è stato lasciato praticamente solo ad affrontare quella che, più che una conferenza stampa chiarificatrice, è apparsa come una conferenza stampa difensiva. Con il tono di chi deve spiegare, rassicurare, contenere, ricostruire. Ma soprattutto con l’immagine politica di un uomo rimasto davanti al microfono mentre attorno a lui il campo largo della maggioranza si restringeva fino a diventare un corridoio. E nei corridoi, si sa, le parole corrono più veloci dei comunicati ufficiali.

Si racconta di tensioni pesanti, di nervi scoperti, di telefoni roventi. Persino di un confronto molto duro tra l’ufficio stampa Mario Costa e una persona molto vicina al sindaco.  Il punto, a quanto pare, non era solo la Villa. Era la figura. La figura politica, pubblica, personale di chi su questa amministrazione ci ha messo la faccia, il nome, le relazioni, la credibilità.

Perché quando una vicenda del genere esplode, non travolge solo chi firma gli atti. Travolge anche chi ha garantito, sostenuto, applaudito, difeso. Travolge chi ha detto “fidatevi”. E oggi scopre che la fiducia non è una delega in bianco: è un assegno che prima o poi qualcuno viene a incassare.

Parte lesa, ma fino a un certo punto

La linea ufficiale è chiara: nessun amministratore politico risulta indagato. E questa è una buona notizia. Va detta, va riconosciuta, va rispettata. Ma la politica non vive solo nei registri della Procura. Vive anche nelle responsabilità di governo. Vive nelle cose dette e in quelle non dette. Vive nei silenzi. Vive nelle rassicurazioni date alla città mentre il problema, evidentemente, era tutt’altro che evaporato.

Perché il sindaco di una città non è un passante informato dei fatti. È la prima autorità sanitaria e di pubblica sicurezza del territorio. Se un’area frequentata da bambini, anziani, famiglie, donne e uomini presenta anche solo il sospetto di una compromissione ambientale, il problema non è soltanto chi ha portato il materiale, chi lo ha certificato o chi doveva controllarlo.

Il problema è: chi doveva proteggere i cittadini cosa sapeva? Quando lo sapeva? E perché non lo ha detto?

Questo è il punto che fa tremare più della notizia giudiziaria. Perché il procedimento farà il suo corso. Gli indagati avranno diritto a difendersi. Le responsabilità penali saranno accertate nelle sedi competenti. Ma la responsabilità politica ha tempi più brevi. Non aspetta il terzo grado di giudizio. Si consuma nel rapporto fiduciario con la città. E quel rapporto, oggi, appare pieno di crepe.

I titoli rassicuranti e la realtà sotto i piedi

C’è poi un aspetto ancora più inquietante. Secondo quanto emerge dalla ricostruzione della vicenda, il Comune avrebbe commissionato analisi già nel mese di febbraio. Analisi che, stando alle indiscrezioni e agli atti oggi richiamati nel dibattito pubblico, avrebbero comunque evidenziato criticità sul terreno.

Eppure in quei giorni il racconto offerto alla popolazione fu di tutt’altro segno. La linea era: tutto regolare. Nessun allarme. Nessun problema. Chi insiste è un disfattista. Chi chiede controlli vuole solo fare rumore. Addirittura, mentre i dubbi crescevano, alcuni titoli restituivano alla città una verità tranquillizzante, quasi definitiva: “Villa Comunale, i rifiuti non ci sono”. Titolo a sei colonne. Rassicurazione a caratteri cubitali. Peccato che poi siano arrivati i sigilli.

E allora la domanda non è più solo giudiziaria. È democratica: chi ha costruito quella narrazione? Chi ha deciso che i cittadini dovessero essere tranquillizzati invece che informati? Chi ha scelto di trasformare i dubbi in chiacchiere e le richieste di trasparenza in fastidio politico?

Per mesi chi poneva l’accento sul terreno è stato bistrattato. Derubricato. Messo alla berlina. Non degnato nemmeno, in alcuni casi, di risposte formali ad accessi agli atti e richieste di chiarimento. Oggi, però, quelle domande tornano indietro come boomerang. E non colpiscono l’opposizione: colpiscono il Palazzo.

Il problema non è solo la Villa. È il metodo

Perché questa vicenda racconta molto più di un cantiere. Racconta un modo di amministrare nel quale la comunicazione viene spesso usata come scudo e non come servizio. Racconta la tentazione di liquidare ogni critica come attacco personale. Racconta l’idea che chi governa abbia sempre ragione fino a prova contraria. Ma la prova contraria, a volte, arriva con un decreto di sequestro. Racconta di persone che dovrebbero rappresentare una comunità intera ma continuano ad agire come singoli. Come se fosse una questione personale e non della collettività.

E quando arriva, non basta più convocare una conferenza stampa e dire che il Comune è vittima. Bisogna spiegare perché la città non sia stata avvisata prima. Bisogna spiegare perché chi chiedeva chiarezza sia stato trattato come un disturbatore. Bisogna spiegare perché una Villa Comunale, che doveva essere il simbolo della rinascita urbana, sia diventata il simbolo della fragilità politica della maggioranza.

La verità è che Salera oggi non deve temere solo l’opposizione. Deve guardarsi attorno. Perché i primi scricchiolii non arrivano dai banchi avversari. Arrivano da chi fino a ieri sgomitava per comparire nella foto. Da chi oggi preferisce restare fuori dall’inquadratura. Da chi ha capito che quando il vento cambia, anche la distanza dal sindaco diventa una forma di prudenza.

Prima erano tutti in Villa.

Ora, improvvisamente, molti sembrano aver scoperto di avere un impegno altrove. Alla fine resta una scena quasi perfetta nella sua ironia cassinate: per mesi ci hanno detto che sotto la Villa non c’era niente. Poi è arrivata la Procura e ha trovato abbastanza da sequestrarla. Forse avevano ragione loro: i rifiuti non c’erano. Erano solo molto ben nascosti sotto le rassicurazioni.

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