di Detektor Jr – Tutto cominciò con una mela. D’oro, naturalmente. E con una frase incisa sopra: «Alla più bella».
Nella mitologia greca fu Eris, dea della discordia, a gettare quel frutto sul tavolo durante il banchetto degli dei. Un gesto apparentemente innocente, destinato a scatenare una contesa tra Era, Atena e Afrodite. A decidere chi meritasse il premio venne chiamato Paride. E la sua scelta avrebbe avuto conseguenze devastanti: il rapimento di Elena e, indirettamente, la Guerra di Troia.
A Cassino, per fortuna, non ci sono eserciti achei pronti ad assediare Palazzo De Gasperi. Ma un pomo d’oro, politicamente parlando, potrebbe essere già rotolato sul tavolo.
A lanciarlo non è stata la dea della discordia. È stato il sindaco Enzo Salera.
In una recente intervista a Leggo Cassino, il primo cittadino ha lasciato cadere una frase destinata a far lavorare parecchio la fantasia degli osservatori politici: dopo di lui, alla guida della città, vedrebbe bene una donna.
Una frase semplice. Quasi innocente. Quasi.
Perché in politica le parole non sono mai soltanto parole. Soprattutto quando a pronunciarle è chi, dopo aver conquistato e difeso il potere, comincia a intravedere il problema più complicato di tutti: a chi lasciare le chiavi del palazzo.
Le tre dee di Palazzo De Gasperi
Le contendenti, almeno in questa rappresentazione mitologica della successione, hanno tre nomi e tre cognomi: Barbara Di Rollo, Maria Concetta Tamburrini e Gabriella Vacca.
Tre donne, tre personalità, tre possibili interpretazioni di un futuro politico ancora tutto da scrivere.
C’è Barbara Di Rollo, presidente del Consiglio comunale. Ci sono Maria Concetta Tamburrini e Gabriella Vacca, componenti della Giunta. Tre protagoniste dell’attuale stagione amministrativa che potrebbero ritrovarsi, almeno nell’immaginario politico cittadino, davanti allo stesso pomo d’oro.
La candidatura a sindaco.
Il problema è che Salera, a differenza di Eris, non ha scritto sul frutto il nome della destinataria. Ha soltanto indicato una caratteristica: dovrà essere una donna. E qui comincia il divertimento.
Perché il sindaco ha fatto qualcosa di politicamente raffinato. Ha aperto una porta senza indicare chi dovrà attraversarla. Ha acceso i riflettori su una successione senza dichiarare aperta alcuna competizione. Ha messo in circolazione un’ipotesi che potrebbe trasformarsi in una partita vera.
Soprattutto, ha lasciato che fossero gli altri a interrogarsi.
Il Giudizio di Paride, versione cassinate
Nella leggenda Paride dovette scegliere tra tre dee che gli promettevano doni straordinari. Era offriva il potere, Atena la sapienza e la vittoria, Afrodite l’amore della donna più bella del mondo.
Paride scelse Afrodite. E Troia pagò il conto.
Salera, invece, conosce fin troppo bene le insidie delle successioni politiche. Sa che scegliere un erede significa inevitabilmente scontentare chi non viene scelto. E sa anche che, talvolta, è più conveniente lasciare che siano gli aspiranti successori a muoversi, esporsi, cercare consenso e misurare la propria forza.
Il suo pomo d’oro, dunque, potrebbe essere soprattutto uno strumento per osservare le reazioni. Chi raccoglierà per prima il segnale? Chi farà finta di non averlo sentito? E chi, magari, comincerà a guardare le altre due con quella particolare attenzione che la politica riserva agli alleati quando rischiano di diventare concorrenti?
Attenzione, però: non c’è alcuna investitura ufficiale. Né una competizione formalmente aperta tra le tre protagoniste. Per ora esiste soltanto una suggestione.
Ma le suggestioni, nella politica cassinate, hanno spesso una vita più lunga delle dichiarazioni programmatiche.
L’Ultima Cena e quella domanda al contrario
C’è poi un’altra immagine, ancora più suggestiva. E questa volta bisogna abbandonare l’Olimpo e spostarsi idealmente nel Cenacolo.
Nell’Ultima Cena raccontata dai Vangeli, Gesù annuncia che uno dei suoi discepoli lo tradirà. E gli apostoli, turbati, cominciano a domandare: «Sono forse io, Signore?».
A Cassino, naturalmente, nessuno parla di tradimenti. E nessuno ha intenzione di attribuire significati religiosi alla politica municipale. Ma proviamo a rovesciare la scena.
Immaginiamo Salera seduto al centro di una lunga tavola. Davanti a lui non dodici apostoli, ma tre possibili eredi. Nessun annuncio di tradimento, bensì la promessa di una successione al femminile. E allora la domanda diventerebbe la stessa, ma con un significato completamente opposto.
«Sono forse io, Maestro?».
Salera potrebbe limitarsi a sorridere. Spezzare idealmente il pane della diplomazia politica e lasciare la risposta sospesa.
Perché il vero potere, in una successione, non appartiene necessariamente a chi viene indicato. Appartiene, fino all’ultimo momento, a chi conserva la facoltà di indicare.
Il problema non è la mela. È chi la raccoglie
Naturalmente c’è una differenza sostanziale tra la mitologia e la politica.
Sull’Olimpo decideva Paride. A Cassino non basterà il giudizio di Salera. Serviranno alleanze, consenso, equilibri interni, capacità di tenere insieme una coalizione e, soprattutto, voti. Tanti voti.
Perché un conto è essere considerata una possibile erede. Un altro è diventare la candidata capace di raccogliere un’intera maggioranza. Un altro ancora è convincere i cittadini ad affidarle il governo della città.
E poi c’è un interrogativo che pesa più degli altri: Salera intende davvero preparare la propria successione oppure vuole semplicemente orientare il dibattito politico senza rinunciare al ruolo di regista? Sono due cose molto diverse.
Nel primo caso, il pomo d’oro sarebbe il premio di una competizione destinata prima o poi a produrre una vincitrice. Nel secondo, sarebbe soprattutto un modo per ricordare a tutti chi continua a distribuire le carte.
C’è infine una terza possibilità: che il nome destinato a raccogliere l’eredità non sia neppure tra quelli che oggi sembrano più naturali. La politica, del resto, ha una particolare predilezione per le sorprese.
E se il pomo fosse quello della discordia?
Resta un ultimo dettaglio, forse il più interessante.
Eris non lanciò il pomo d’oro per premiare una dea. Lo lanciò per provocare una contesa.
Non è detto, naturalmente, che Salera voglia provocare discordia. Ma la sua dichiarazione ha tutte le caratteristiche di quelle frasi capaci di cambiare il clima politico senza modificare formalmente nulla.
Da oggi, ogni gesto delle possibili aspiranti potrà essere letto anche in chiave successoria. Ogni presenza pubblica, ogni dichiarazione, ogni presa di posizione rischierà di diventare un indizio.
È il paradosso delle investiture mai pronunciate: finiscono per pesare quasi quanto quelle ufficiali.
E allora il sindaco potrà continuare a osservare la scena dall’alto del suo ruolo, mentre intorno al pomo d’oro si consumeranno aspettative, interpretazioni e inevitabili calcoli politici.
E chissà che, alla fine, il pomo d’oro di Salera non si trasformi in un pomodoro. Magari bello maturo. Perché se sull’Olimpo tre dee si contendevano il premio della bellezza, a Cassino tre aspiranti eredi potrebbero contendersi quello del potere.
Con una differenza: Paride il pomo lo consegnò a una sola. Salera, per ora, sembra volerlo promettere a tutte.
E si sa, quando le promesse maturano troppo, finiscono per marcire. Soprattutto quando nessuno ha il coraggio di scegliere a chi darle.
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