Il vuoto e il dolore dei giovani all’ombra dell’abbazia, la storia di uno di loro che ha provato a farla finita

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La società corre, noi corriamo, le famiglie corrono. Corrono i bambini, gli adolescenti: la prestazione, l’immagine, la festa migliore, i voti più alti, le scuole che portano in giro per i viaggi più lontani, il selfie da super like. Sono tutti attaccanti, tutte étoile, tutti grandi cestisti o tennisti eredi di Sinner, tutte Pellegrini e Paltrinieri. Insomma, nessuno è da panchina, nessuno gioca per divertimento, saggi da centinaia di euro, divise e borsoni pieni di sponsor e weekend trascorsi a correre per l’Italia per portare il “campione” di turno al torneo. Dare supporto ai propri ragazzi è importante, sostenere le loro inclinazioni è corretto, ma far passare un messaggio in cui o si è il top, o si è primi o non ne vale la pena inizia ad essere sbagliato. E diventa un peso, in primis per i ragazzi, ma anche per le famiglie.

E in tutta questa corsa alla perfezione che anima ormai l’intera società, ci sono anche Cassino e il suo hinterland, i ragazzi e le famiglie, le istituzioni e la realtà quotidiana che è molto più ferita di quanto possa sembrare. Tutti sordi, molti ciechi, ma sempre sorridenti e con la messa in piega fatta e l’ultimo modello di scarpa da ginnastica. Come stanno i nostri ragazzi, quelli che in provincia vivono e sognano -più o meno – quelli che nella città martire studiano e trascorrono il loro tempo e le loro serate? Si parla spesso di loro, ma forse manca qualche pezzo e non ce ne rendiamo conto finché non accade qualcosa che ci riporta alla realtà. Quella cruda, quella dolorosa, quella che non va giù con un gin tonic.

E sono molti i ragazzi che commentano, che chiedono attenzioni, che segnalano cose che vanno bene o che vanno male, che vorrebbero parlare ed essere ascoltati. Che vorrebbero essere protagonisti ma restano spettatori. Ci è arrivata una testimonianza di un giovane cassinate, una storia di quelle che spesso restano dietro le porte delle case di provincia, dove ancora si vivono i disagi mentali come una vergogna, dove non se ne parla. Ma questo ragazzo è arrabbiato, ancora molto arrabbiato e ha provato a dare voce a quei pensieri. Potrebbe sembrare una storia come tante, potrebbe essere il vicino di casa che pensiamo sia partito per un viaggio, ed è proprio questa indifferenza o questa voglia di credere a ciò che fa più comodo che un ragazzo poco più che ventenne vuole demolire, dopo aver provato a demolire se stesso.

Dalla luce al buio senza sapere perché

“Mi chiamo Luca, o forse Mario o Antonio. Potrei essere Beatrice, Martina o Giulia, questo dettaglio non conta. Ho poco più di 20 anni ma potei averne 70. Fino a qualche anno fa vivevo tranquillamente, andavo a scuola, avevo amici e giocavo a calcio. Uscivo, avevo una bella cerchia di conoscenze. Avevo una fidanzata. Avevo anche dei sogni, volevo fare l’università. Poi è arrivato il diploma, chissà che volevo fare. Abbiamo festeggiato con gli amici per tutto l’ultimo anno di scuola, sono stati tanti i diciottesimi, anche il mio. Fuochi d’artificio, musica, un vestito che mi faceva sentire un re. Poi l’estate è finita, la voglia di studiare non è mai stata tanta, ma i miei genitori si aspettavano di vedermi all’università, di prendere la laurea. E io miravo alla festa, al viaggio. Volevo fare l’Erasmus e andare in Spagna. Il tempo passava, io non mi trovavo, e passavo da una giornata all’altra. Da un’uscita all’altra, da un bar all’altro.  Gli amici sono diventati di meno, qualcuno se ne è andato fuori a studiare, qualcuno a lavorare, altri hanno trovato lavoro in città o nei dintorni. In pratica mi sono ritrovato solo, all’università le cose non andavano bene, non riuscivo a sostenere mezzo esame. Le materie non le capivo proprio. I miei genitori hanno dato per scontato che tutto procedeva. La fidanzata mi ha lasciato perché è andata a studiare fuori, ma a me non importava, mica ero innamorato. E sono andato avanti così negli ultimi anni. Finché i miei non hanno iniziato a chiedermi della tesi. Sono riuscito a prendere tempo, la facoltà che frequentavo era di quelle on line, quindi non hanno mai avuto idea di cosa facessi. Ogni tanto prendevo il treno per raggiungere la città nella quale avrei dovuto sostenere l’esame. I miei mi hanno sempre aiutato, pagato le tasse, preparato i documenti. Io non ho mai concluso nulla, ho fatto i primi tre esami e basta. Altro che tesi. Qualche lavoretto l’ho pure fatto, ma i soldi se ne andavano subito. In vacanze, serate, uscite. Qualche tempo fa ho incontrato un amico con il quale andavo a scuola, era in un’altra classe, ho sempre pensato fosse un cretino, non gli avrei mai dato neanche un euro, invece era felice. Non ha studiato, è andato da un suo cugino non so dove, una storia che sembrava uscita da un film. Ha lavorato da lui per un paio di anni, all’estero, ha messo un po’ di soldi via e poi è tornato con non so quale qualifica, ha trovato un lavoro migliore non lontano da Cassino. Mi parlava ed era felice, programmava, mi spiegava. Io lo ascoltavo prima invidioso, poi schifato. Perché io quella vita non l’avrei mai fatta, per me voglio altro, ma non so come arrivare. Voglio di più. Ho smesso di uscire, di andare in palestra. La depressione è calata su di me e non ho voluto ascoltare nessuno. Sempre meno interessato a qualunque cosa. Fino a qualche mese fa quando mi sono svegliato, in realtà non avevo proprio dormito. Non avevo forza per alzarmi dal letto, mi sono tirato su quasi per inerzia. Per abitudine. Mi sono visto nello specchio, in bagno. Sentivo la casa viva, la mia famiglia e i miei fratelli intenti a organizzare non so che cosa. Li avrei voluti zittire, ho pensato di uscire e di prenderli a botte. Invece alla fine ho deciso di eliminare il problema, il problema ero io. Ricordo vagamente le cose come sono andate, ricordo mia madre che piangeva e mi chiamava. Ricordo lo sguardo di mio padre, vuoto e nero come quello degli squali, come se non avesse più anima. Non sono riuscito a fare bene neanche questa cosa. Ho dovuto dire la verità, sugli studi, sui soldi usati per sciocchezze, sulla mia non voglia di vivere, sul fatto di non sopportare più loro, di non sentirmi bene in questa città.  Sono stato accolto in una struttura, lontana, ma a me non importava perché non sentivo di avere legami con questo posto. Sempre le solite facce, niente da fare, le solite storie, il vuoto cosmico. Oggi, qui, dove mi trovo, parlo e mi confronto con altre persone come me. E continuo a chiedermi come sia stato possibile, perché non c’è stato un modo per non entrare in questo tunnel, perché non c’è stata una mano tesa, perché non l’ho vista io. E quanti come me? Quanti amici sono “spariti”, cambiati, diventati fantasmi. Quanti sentono il vuoto come me. A quanti ancora capiterà quello che sta capitando a me. Forse potrebbe capitare ai miei fratelli. Oppure a te, a tuo figlio, a tua sorella, al tuo migliore amico. A me dicono sia andata bene, lo dicono loro. Se penso di dover tornare lì mi sento già male. E sinceramente ci sono ancora molti momenti in cui penso di ritentare, magari le cose andrebbero in maniera differente. Ma cosa è pronta a fare la società? La scuola? La città in cui ho vissuto per tutta la vita? Qual è l’alternativa? C’è gente che urla così forte da coprire chi chiede aiuto a bassa voce, e la maggior parte delle persone che hanno potere di cambiare le cose preferiscono urlare ancora più forte e parlare per luoghi comuni, tutto pur di farsi vedere, di mostrarsi. Ma a me serviva qualcosa di concreto, non un taglio del nastro o un selfie da mettere sulla pagina social di un politicante di turno, di un presidente di qualche associazione che si presenta tanto partecipe e presente tra i giovani, ma che non sa neanche di cosa parla. perché ha i soldi in tasca, perché i figli hanno un futuro spianato anche senza la minima capacità. Non so cosa ne sarà di me, non so dove sarà il mio futuro. Ma il presente di qualcuno può essere oscuro, non disegnate lampioni, illuminate le vite. Non parlate per spot, ascoltate e rispondete. Non salutate davanti ai bar, tendete la mano lontano dai social e dagli articoli. Non so se serviranno le mie parole, non so se mi sentirò mai completo e al posto giusto, ma spero che altri non vivano questo inferno. Altro che San Benedetto luce d’Europa, sotto l’abbazia si soffre e pure tanto”.

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