di Paola E. Polidoro – L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.
Sarebbe bello se fosse realmente così, se il primo articolo della Costituzione fosse valido per tutti. Eppure… eppure non è così. Non lo è più spesso di quanto sia accettabile. Non solo ci sono difficoltà per tanti ragazzi, per genitori, per persone che hanno superato una certa età. Quello che per molti è complicato diventa invece inaccessibile per tanti altri. Per le fasce fragili, quelle tutelate su carta ma che riescono a far qualcosa solo se hanno un colpo di fortuna, se hanno dei genitori caparbi, se sulla loro strada incontrano quell’occasione. Non sono esperienze che durano per sempre e questo è l’altro grande problema.
Poi ci sono le storie, quelle fatte di nomi veri, di volti, di sorrisi e di lacrime, di entusiasmo e di paura.
Questa è una di quelle storie. La storia di Rita che ha un cromosoma in più e carattere da vendere, dei suoi genitori, Paola e Stefano, e della sorella Marianna che ha un cuore enorme e che con orgoglio si presenta spesso come “la sorella di Rita”. Perché dietro ogni porta, in ogni famiglia, dietro ogni diagnosi, sindrome, malattia, patologia, neurodivergenza c’è molto di più di una cartella clinica e di una routine. C’è un mondo intero, fatto di colori, di risate, di lacrime e di notti insonni.
Rita ha avuto, grazie al dottor Umbaldo, igienista dentale, la possibilità di entrare a far parte di quel mondo del lavoro su sui pone le basi la nostra Costituzione.
















Attraverso un progetto Rita, una ventenne come tante altre, ha potuto trascorrere diversi mesi nello studio medico Dentist Family come assistente. Ha imparato ad accogliere i pazienti, a inserire gli appuntamenti in agenda, a svolgere mansioni quotidiane e a rispondere con garbo alle richieste del personale e dei clienti. Rita ha la sindrome di down, e quello che per qualcuno può sembrare una sciocchezza, un’esperienza da “scartare” è invece diventata un’occasione da cogliere.
“Quando ho saputo di questa possibilità, di questo progetto, ho visto passare davanti a me Rita con la mamma – spiega il dottor Umbaldo – E’ stato come una sorta di segno del destino. Così ne ho parlato subito con i genitori. Quello che sembrava un iter facile, si è trasformato poi in qualcosa di più complicato. Sarebbero dovuti essere pochi mesi, poi quel primo progetto è sfumato, e un nuovo progetto prevedeva molto più tempo. Avevo dei timori, ma alla fine sono andato avanti. E ne è valsa la pena”.
Quali erano i dubbi e le paure? “Semplice, io non sapevo come avremmo fatto a integrare Rita e il suo modo di vivere la quotidianità e di rapportarsi alle persone con un via vai di clienti. Quali potessero essere le sue esigenze e le sue aspettative. Ma anche quelle di tutto il personale, tenendo conto che in questo studio noi ci occupiamo dei clienti anche con interventi delicati e in ambienti sterili. Non è stato facile, sarei bugiardo a dire che è andato tutto bene, ma pian piano le cose sono andate per il meglio. Il mio obiettivo era dare una possibilità a Rita, farle vivere il mondo del lavoro. Non mi “bastava” averla da noi e magari metterla in un angolino e lasciarla colorare. Ma se tutto è andato per il meglio, grazie soprattutto alle altre collaboratrici che si sono dedicate a Rita. Sono state loro quelle che ci hanno trascorso più tempo”.
Rita è andata al lavoro tutti i giorni, per mesi, con la sua borsina del pranzo, con la sua divisa, capelli legati e un gran sorriso. Soddisfatta e stanca al rientro. A vedere e a vivere con lei questo percorso la famiglia, ma anche gli amici. E’ stato bello vederla operativa, motivata. Per lei anche un piccolo compenso, come previsto dal progetto.
Ci sono stati momenti in cui ha pensato di aver fatto un errore? “No, questo non l’ho mai pensato. Ma è stata una scelta fatta anche con una dose di inconsapevolezza. Perché un contro è pensare di fare qualcosa , l’altro poi è realizzarlo – spiega il dottor Umbaldo – Io vengo da un’esperienza familiare in cui accogliere e rispettare sono valori, il mondo degli scout, la fede, il rispetto dell’altro e l’ascolto. Una mano tesa, come mi ha insegnato mia madre. E’ questo quello che mi ha guidato. Ma questa è la mia esperienza, è la mia testimonianza. E’ qualcosa di soggettivo, intendo la motivazione, e quindi anche il modo in cui si affronta un percorso di questo tipo”.
Quali sono stati i limiti e i traguardi? “Ce ne sono stati diversi. All’inizio Rita rispondeva a tutti come si fa con un amico, un coetaneo. I toni non erano proprio adeguati all’ambiente. Inoltre ha dovuto imparare a non entrare indistintamente in ogni stanza. A volte devo dire abbiamo avuto anche dei momenti un po’ più critici, ma poi siamo riusciti a spiegarle come comportarsi. Il suo motto è diventato “lo penso ma non lo dico”. E oggi, dopo un anno di lavoro, Rita sa indossare guanti e mascherine, sa fare il caffè alla macchinetta, conosce i gusti e le abitudini di tutti. Ha imparato a inserire gli appuntamenti nell’agenda. Siamo cresciuti. Tutti insieme”.
Quale è il difetto più grande e il pregio principale di Rita? “Rita ha un carattere particolare, forte. E’ un po’ permalosa, e a volte è difficile farle capire che bisogna usare dei modi pacati con le persone. Ma con i clienti si è rivelata una persona magnifica, con tutti. Dai bambini, alle persone anziane, a chi aveva paura di sottoporsi a qualche terapia. Non ha mai risparmiato un sorriso, una parola dolce e di supporto. Ha realizzato disegni per tantissime persone. Ci ha dato tantissimo, ci ha insegnato molto e oggi siamo tutti un po’ più “ricchi”. Vediamo il mondo con occhi diversi”.
A far capolino da dietro lo stipite della porta due occhioni curiosi e un sorrisone. Rita con la sua divisa, la cuffietta colorata e un vassoietto con due tazzine di caffè.
Quando l’eccezione cambia il mondo. Ma solo per poco
Aprire le porte della propria attività e dare un’opportunità lavorativa non è da tutti, non è facile, ma vedere il sorriso di Rita, vedere il suo sguardo, quello di una ragazza che sa il fatto suo, soddisfatta del suo ruolo e del suo lavoro non ha prezzo.
E’ questa la base su cui si poggia la democrazia, è questa la colonna che dovrebbe reggere l’intero sistema. Ed è nell’assenza di questo aspetto fondamentale che l’intera società paga enormi conseguenze, relegando a poche giornate all’anno l’inclusione, le marce e le firme di protocolli che poco hanno a che vedere con il sorriso di Rita.
Vanno bene i progetti, vanno bene le associazioni, ma la verità è che una volta finita la scuola molti ragazzi finiscono in un oblio, e con loro le famiglie. Tutto si annulla, e a volte si regredisce. Il mondo che parla di inclusione e integrazione passa più tempo a parlare e fare convegni che ad agire, e da adolescenti si diventa ragazzi, poi adulti e si invecchia senza poter far parte attiva della società. Qualcuno si è mai chiesto cosa vogliano fare molti di questi ragazzi? Come possano collaborare pubblico, privato e famiglie per far “girare il sistema”? Quanto possa arricchirsi il mondo aprendo davvero le porte? Perché il primo maggio non è solo grigliata, giornata al mare, concertone a San Giovanni e passerelle.
Allora bisogna ricordare sempre qualcosa, un insegnamento dei nostri padri.
L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.
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