Ciao, mi chiamo Giulia. E tu potresti essere me

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Ciao, mi chiamo Giulia. Ho 22 anni e sto per discutere la mia tesi in Ingegneria Biomedica. Ho tanti sogni nel cassetto, avrei voluto che in questa occasione speciale ci fosse stata mia madre. Non è andata come volevo. Il destino alle volte è cattivo. Ma ho tutta la vita davanti. Avevo un fidanzato, ma le cose non andavano poi così bene, così ho deciso di dire basta. Certo lui non l’ha presa bene, ma sono certa che mi vuole bene e che non mi farebbe mai niente di male. Io non sono una di quelle ragazze a cui capitano queste cose, me ne accorgerei.

Ciao mi chiamo Giulia, sono emozionata, ancora qualche giorno e sarò una laureata. Una “dottoressa”. Poi credo che continuerò con la specialistica. Anche perché entrare nel mondo del lavoro è complicato per noi giovani. Mia sorella mi fa una testa così, menomale che c’è mio padre. Lo adoro. Ma i miei fratelli sono parte di me. Questa sera devo vedere Filippo, una cosa veloce che non voglio far tardi, ho da fare ancora mille cose.

Ciao mi chiamo Giulia, ho freddo, non so dove sono. Un attimo fa ero con Filippo, ha iniziato a urlare. Poi non ho capito cosa stesse accadendo. Ma non è possibile che mi abbia fatto qualcosa. Non lui. Non a me. Certo è un po’ geloso, ma figuriamoci se può arrivare a farmi del male.

Ciao mi chiamo Giulia. E’ buio. Dovevo fare tante cose. Laurearmi, festeggiare, studiare ancora. Vorrei essere stretta nell’abbraccio caldo e sicuro di mio padre. E vorrei sentire mia sorella farmi una testa così. Ma è buio. E’ freddo. E c’è silenzio.

Ciao, mi chiamavo Giulia. Avrei dovuto laurearmi. Avrei dovuto festeggiare con il mio babbo e i miei fratelli. Avrei dovuto fare mille foto con i miei amici sfoggiando una fantastica corona d’alloro. Avrei dovuto vivere ancora nuove esperienze, diventare ancora più grande, studiare cose nuove, fare la mia parte nel mondo. Trovare l’amore, diventare madre. Essere sorretta dal forte braccio di mio padre fino all’altare. Avrei dovuto essere amata. Invece sono stata brutalmente uccisa. E ora è buio. C’è freddo. Questo non può essere AMORE.

Troppe storie, troppi volti, troppe donne: non è una questione di numeri

Giulia è la vittima numero…. numeri. A questo si riduce tutto. A un numero che ci ricorda quanto spregevole possa essere l’uomo nei confronti dei suoi simili. L’amore che diventa morte. E non perché sia troppo. Ma perché in realtà è sbagliato. Malato. Inadeguato. Un amore nero.

Troppo difficile accettare la fine di una relazione, quasi impossibile comprendere il No come risposta. I genitori, la famiglia, cosa c’entrano in tutto questo? Un po’ c’entrano e un po’ no. Pur di non sentire lamentele e continue richieste spesso i no pronunciati in prima battuta diventano rapidamente sì. E così i bambini non capiscono che nella vita può esserci il No, la negazione, la mancanza, la rinuncia. Tutto è dovuto, basta insistere che alla fine quel sì arriverà. Bisogna insistere, battere i piedi, urlare. Se necessario battere anche i pugni. Non importa dove o contro chi. Alla fine anche un po’ l’indole non aiuta. Perché ci sono alcuni uomini che sono bestiali, che sono privi di empatia e che vedono la donna come essere subordinati.

Giulia, ce lo siamo detti molte volte, di molte donne, sarebbe potuta essere una sorella, una figlia, un’amica, una compagna di studi. Per qualcuno lo era. Ogni donna che viene brutalmente “cancellata” da questa terra è parte della vita di qualcuno. Così come lo sono gli aguzzini, gli assassini.

Non servono leggi e passerelle, servirebbe una società più autocritica

Si parla di leggi, si portano queste storie e questi volti nella aule del potere. Uomini e donne delle “grandi aule” si lasciano andare a dichiarazioni, a post, a interventi in trasmissioni e su riviste patinate. Si osservano minuti di silenzio. Si portano avanti progetti in aule dove studenti poco interessati e coinvolti scrivono qualche tema, preparano qualche esibizione o realizzano qualche fumetto. E tutto resta lì, confinato tra il 1° e il 25° novembre. Tra una scarpa rossa e l’entusiasmo di qualche docente o dirigente. E forse il problema è proprio nascosto lì, tra l’indifferenza e il perbenismo, tra la convinzione che “a me non può succedere” e “mio figlio l’ho cresciuto bene”. Tra i luoghi comuni e la paura dell’evidenza. E’ tempo di mettersi in discussione. Come genitori, come adulti. Di accettare che può essere arrivato il tempo del No. Di tornare a essere genitore e smetterla di essere amico. Di ascoltare i figli senza bisogno di leggere i loro post sui social. Di capirli senza bisogno di sentirli parlare. Con uno sguardo. Di fare meno attenzione alle apparenze e molto di più alle emozioni, alle debolezze, ai limiti. Anche e soprattutto i nostri. E’ tempo di spiegare che la fine di un amore non è il fallimento di una vita, che è possibile cambiare idea, che è possibile lasciarsi andare alle spalle una fidanzata. Che la risposta all’impossibilità di avere “quella fidanzata”, non è la violenza, non è “o con me o di nessuno”. Non lo sarà mai.

Il fallimento di un’intera comunità

Fino ad allora ci saranno altri minuti di silenzio, altri fumetti, altri temi. Altri politici che sfoggeranno le migliori parole in aule gremite. Altre leggi che arriveranno quando ormai sarà troppo tardi. Altri genitori, figli, fratelli, sorelle che piangeranno. Che vivranno con il rimorso di non aver capito che sotto lo stesso tetto, magari cresciuto con amore e dedizione, ci sia stato un mostro. Docenti sbigottiti perché tra i banchi per anni hanno insegnato ad assassini. Perché il dolore, la rabbia, la vergogna sono di un’intera comunità. Il futuro si cambia solo partendo dalle basi. Insegnando fin da piccoli ai bambini che esistono il rispetto, la cura del prossimo, i momenti brutti e quelli belli. Che il No fa parte della vita, così come il Sì. Che l’amore non diventa mai violenza. Che la vita di un altro non può valere zero. Che l’altro sono Io. Che per ogni azione esiste una conseguenza. E va bene consegnare una laurea alla sua famiglia. Ma sarebbe stato molto meglio se fosse stata lei a riceverla, dopo aver discusso la sua tesi. Magari dopo una notte insonne.

Ciao, mi chiamo Giulia. E tu potresti essere Me.

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