Costruire il mondo…dopo

Natale 2020. Un anno che ha segnato indelebilmente la vita di tutti, dal più povero al più ricco, in ogni continente, a ogni latitudine. C’è un prima e un dopo, nella storia è sempre successo: c’è un prima e dopo con le guerre, un prima e dopo il muro di Berlino e un prima e dopo internet. Andremo avanti? Sicuramente. Lo stiamo già facendo, giorno dopo giorno. In questi ultimi 12 mesi abbiamo dovuto dire addio a tante persone, figli, madri, padri, amici, conoscenti. In alcuni casi li abbiamo visti un giorno, abbiamo preso un caffè insieme parlando della terribile situazione, di come il virus giri intorno a noi in ogni momento e poi, quello stesso amico, non lo abbiamo più visto, perso dietro le porte di un reparto ospedaliero, dentro un letto o con una maschera d’ossigeno.

La vita è andata avanti

Ma, nonostante tutto questo orrore, dolore e paura, la vita è andata avanti, bambini sono nati, nuove vite, il futuro spinge con forza e sconfigge con tenacia la violenza del virus. Difficile da accettare per chi ha perso chi amava, impossibile da accettare per chi non ha potuto dire addio. In questo clima di incertezza i social sono diventati teatro di violenza gratuita, tribunale con giudici e imputati, sentenze e condanne. Emozioni e sentimenti si sono inaspriti al punto di creare delle spaccature così profonde da non poter essere riempite con il coronavirus. Sono vuoti dell’anima. Le parole che diventano armi, che riescono a ferire e uccidere, forse con una violenza ancora più grande del Covid, perché a togliere il respiro sono persone reali, a prescindere dalle identità dichiarate sui social.

Allora in questo Natale 2020, oltre alle foto perfette di famiglie perfette davanti ad alberi perfetti, tutto fin troppo perfetto, in un anno in cui anche Gesù ha combattuto con le restrizioni ed è nato in anticipo, l’auspicio è quello di ritrovarsi. Di ritrovare il senso delle cose. Il senso di comunità, il rispetto per chi la pensa in maniera differente, il rispetto per chi può aiutarci a capire. Anche se quello che c’è da capire non ci piace. Ma anche la voglia di costruire un “dopo” migliore. Un dopo fatto di condivisione, di sorrisi più che di insulti, di mano tese più che di pistole cariche e puntate, pronte a sparare per uccidere. Finirà il tempo delle mascherine, delle terapie intensive, dei distanziamenti. Resterà dentro di noi, dentro i nostri figli e sarà compito di chi è qui ed oggi “portare” questo periodo a chi verrà dopo. Una responsabilità grande, un impegno, una missione. Questo è quello che il Covid ci ha “regalato”, l’unico aspetto che può darci speranza, la possibilità di cambiare, di iniziare a costruire il mondo DOPO.

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