E’ accaduto in una scuola primaria di Cassino nei giorni scorsi. Un bimbo di 9 anni che frequenta l’istituto si trovava in un’aula con due insegnanti, quella di sostegno e un’assistente. Il piccolo certificato con Adhd, una forma di neurodivergenza, avrebbe dato in escandescenze. Tanto da “costringere” l’insegnante a chiamare il numero di emergenza. Le forze dell’ordine sarebbero quindi arrivate a scuola per capire cosa fosse accaduto. Alla mamma sarebbe poi arrivata una telefonata per avvisare di alcuni problemi con il comportamento del figlio per cui sarebbe stato necessario prendere dei provvedimenti. Poi al ritorno da scuola il bimbo racconta alla mamma quanto successo.
A raccontarlo è la famiglia. In pratica il bambino ha avuto una delle sue reazioni esagerate, avrebbe preso una scopa che si trovava nell’aula lanciandola, così come altri oggetti di cancelleria. Sicuramente una reazione impetuosa che però caratterizza la sua condizione medica, come spiegano i familiari. Chi lavora con questi bambini dovrebbe sapere di cosa si parla e quali possono essere le reazioni in alcuni casi. Gli oggetti non avrebbero comunque colpito alcun insegnante perché una delle due è riuscita a prenderli. Ma parte la chiamata al numero di emergenza e arrivano i carabinieri a scuola. Questo sarebbe accaduto dopo le 11. Dopo le 12 la scuola chiama per avvisare che ci sono stati dei problemi con il bimbo e che è stato necessario prendere dei provvedimenti. La chiamata finisce lì. Poiché altre volte i provvedimenti erano stati compiti in più da svolgere o annotazioni la famiglia ne prende atto. Nessuno si preoccupa. Nessuno va a scuola a prendere il bambino. Ma quando il piccolo esce e torna a casa a bordo dello scuolabus come tutti i giorni e arriva a casa racconta della “visita” dei carabinieri. Molto spaventato per un “ipotetico arresto”. Ovviamente nessuno ha paventato l’arresto, ma un bambino piccolo pensa che sia questo quello che fanno i carabinieri. Il pomeriggio trascorre non senza difficoltà e il bimbo la notte ha problemi con il sonno, fino a farsi la pipì sotto. Il giorno seguente la famiglia chiede spiegazioni alla dirigenza, la quale fornisce chiarimenti in merito alla decisione presa dall’insegnante che avrebbe visto nel comportamento del bambino un’aggressione violenta tanto da dover ricorrere alla chiamata alle forze dell’ordine o 118. Nessuno però ha pensato di contattare la famiglia, magari per risolvere insieme la situazione. E nessuno ha pensato poi di specificare, anche dopo nella telefonata, l’arrivo dei carabinieri.
Ora la famiglia ha chiesto alla scuola di allontanare l’insegnante dal figlio, che in questo momento sta cercando di elaborare il trauma a modo suo e con i terapisti che lo seguono, e annuncia già che si rivolgerà ad un legale per vedere tutelati i diritti del bimbo.
E monta la polemica in alcune chat sulle figure degli insegnanti di sostegno che, come spesso accade, sono professionisti arrivati da altri settori, che hanno conseguito il titolo, ma che magari ne hanno intravisto le potenzialità per trovare un posto sicuro nella scuola invece delle insicurezze del mondo della libera professione. Una scelta lecita. O che hanno anche scelto questa strada, non trovando poi quello che si aspettavano. Ma lavorare con bambini piccolissimi, con ragazzini e adolescenti e poi con giovani uomini e donne che vivono il mondo guardandolo da un punto di vista diverso, con regole dettate da un modo di pensare che viaggia su altri livelli e binari, che hanno reazioni estreme, che a volte li chiudono in un mondo senza parole e senza la forza di guardare negli occhi chi si ha di fronte, non è semplicemente uno stipendio a fine mese, è una vera e propria missione, un impegno che si prende sicuramente nei confronti della scuola, ma in primis nei confronti dei ragazzi che ci si trova di fronte e delle famiglie che sono alle loro spalle.
Amareggiata la famiglia del bambino che ogni giorno lavora per poter migliorare la qualità di vita del figlio e ampliare le sue competenze e capacità con una dedizione costante.
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