di Paola E. Polidoro – Sono trascorsi quattro giorni dalla manifestazione che avrebbe dovuto fare la differenza. La giornata nella quale tanti riponevano fiducia, speranze. Era stata presentata come quella fondamentale per far sentire la voce ai “piani alti”.
Una valanga di dichiarazioni, la passerella di primavera a ridosso del referendum che nel weekend ha tenuto banco e che ieri ha tenuto incollati molti alle dirette per interpretare, attraverso i risultati, il futuro del Paese, neanche fossero tutti aruspici alle prese con le viscere di animali sacrificati.
Mancate presenze
Ma torniamo alla manifestazione. I numeri e le presenze ci restituiscono un messaggio importante, tanto chiaro quanto amarissimo: la partecipazione non ha soddisfatto. Inutile girarci intorno e voler raccontare una storia che non merita nessuno, non la merita il territorio, tantomeno gli operai. Di numeri ne sono stati fatti parecchi. Si sa i numeri si danno, si fanno. A controllare il corteo numerose forze dell’ordine e il flusso è stato monitorato. In strada sono scese circa duemila persone, l’ennesima pecca del territorio.
Ed ecco l’altro aspetto che ferisce, presenti alla manifestazione gli operai, una parte. Tanti dai capelli bianchi, qualcuno già pensionato, alcuni ancora “attivi”, alcuni in bilico in un indotto soffocato, con la lettera di licenziamento che brucia nella tasca. Assenti i grandi numeri, assenti le famiglie, assenti tanti… troppi. E a dirlo sono stati molti lavoratori, amareggiati per queste “mancate presenze”.
Non hanno risposto i ragazzi, quelli a cavallo dei 18 anni, quelli che hanno genitori, che hanno avuto nonni, zii, genitori in fabbrica, quelli che solitamente – un tempo era così- sarebbero scesi al fianco dei manifestanti. Assenti i commercianti del territorio. Assente Cassino, assente il Cassinate. Il corteo partito da piazza De Gasperi si è incanalato lungo il Corso della Repubblica e ai lati a guardare cittadini e commercianti che non hanno risparmiato critiche, in particolare a quella politica “eccessivamente” presente se si calcola invece la quasi totale assenza degli ultimi decenni, se non in poche sparute occasioni o nelle consulte convocate con urgenza. Non sono state risparmiate frecciate anche contro sindacati e operai.
Il mercato non aiuta la produzione
Il vero problema è e rimane lo stesso di giovedì sera, di venerdì mattina e del sabato seguente. Anche oggi, a urne chiuse, seggi smantellati e referendum archiviato. I numeri non ci sono. I numeri non ci sono nelle vendite e si sa, chi il mercato lo conosce un po’, che se non c’è domanda non può esserci risposta. A Cassino si producono macchine non adeguate e tutti i portafogli, in un Paese in cui la famiglia media non riesce ad arrivare ormai neanche a metà mese, che vive di bollette rateizzate le cui rate saltano più spesso del dovuto.


























La colpa è sempre “dell’altro”. E si attende il 21 maggio
Venerdì il corteo è arrivato in piazza Diaz, tante bandiere, tanti volti di esponenti politici locali, provinciali, regionali. Tanti i sindacalisti. La sinistra ha dato la colpa alla destra, la destra l’ha data alla sinistra. Di fatto i guai del settore industriale e dell’automotive affondano le radici in tempi in cui entrambe le fazioni hanno governato, sia a livello nazionale che regionale.
Ma la memoria corta è “malattia” comune. E dal palco? Cosa è stato detto? Che ci sono problemi, che c’è paura, che il 21 maggio c’è bisogno di un piano industriale che riporti Cassino e il Cassinate a respirare. Insomma l’appello è stato ed è chiaro, lo era anche il giovedì. E sabato si sono svegliati tutti con lo stesso magone e la stessa incognita del venerdì. Perché è proprio questo, forse, il problema: la manifestazione ha urlato qualcosa che già si sapeva, ma di risposte non ce ne sono state. C’è stata forse troppa indifferenza da parte dei “big” che avrebbero potuto essere presenti, che avrebbero potuto ascoltare di persona e raccogliere, perché no, anche le testimonianze di quelle persone presenti. Quelle che qualche sindacalista ha definito “le storie vere dietro i numeri”. Ecco, le storie vere. Di vero c’è solo il silenzio e le sfilate che arrivano sempre nel momento sbagliato. Vale sempre la pena alzare la voce per i propri diritti, ma fa male non sentire nel coro tutte le “voci”.
















La “storia vera” sembra non interessi più di tanto, o almeno non interessa tutti
“La situazione è grave, ma non lo è da oggi o da ieri – ha raccontato una manifestante – stiamo così da tempo, la vera differenza è che oggi sono finiti i risparmi e stiamo soffocando. I miei figli oggi non sono andati a scuola”. E quando le abbiamo chiesto dove fossero, la lavoratrice ha risposto “Sono a casa a dormire”. Un aneddoto nel caos della sfilata che riassume un po’ la situazione. Ecco, la crisi affonda le radici in anni di problemi, rallentati dal Covid, confluiti poi tutti insieme in una crisi devastante legata alle guerre, ai problemi con energia, gas, difficoltà occupazionali. Ma mentre “il livello dell’acqua scendeva”, nessuno è uscito dalla piscina, confidando nella pioggia o in qualcuno che avrebbe immesso nuova acqua. E mentre ai famosi “piani alti” si parla per principi, per idee, nel sottobosco della quotidianità le idee e i principi non sfamano. E se manca l’acqua, è difficile restare a galla.
E possiamo ipotizzare che anche gli operai un po’ di colpe le abbiano, perché si sono lasciati andare alle promesse, in alcuni casi evidentemente “farlocche”, si sono seduti ad aspettare risposte, pensando che il futuro sarebbe stato come il passato, che le garanzie, gli ammortizzatori sociali e la “spintina” sarebbero arrivati. Ma ad essere in ginocchio non è solo una fabbrica, seppur storica, non è solo un marchio, seppur famoso nel mondo, è un Paese intero. Si sono fidati gli operai, ma la fiducia va guadagnata e non riposta con facilità.
Oggi è già domani, tra due mesi arriverà questo piano industriale. Fino ad allora cosa sarà fatto? Come affronteranno gli operai le giornate che li separano da questo annuncio? Intanto l’indotto rantola, si salvi chi può. E se il 21 non offrirà quelle risposte agognate?
Forse la Fiat – perché questo territorio ancora la chiama così – non chiuderà lo stabilimento di Piedimonte, lo manderà avanti, probabilmente lavorerà per vetture di alta gamma che produrranno ovviamente un numero inferiore di unità. Perché a guidare le scelte sono regole di mercato e il mercato non vive di “storie”, di “volti”. Vive di numeri, maledetti, sporchi, numeri.
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