di Paola E. Polidoro – Si sono concluse le elezioni provinciali, ma resta l’amarezza. Nessuna donna è stata eletta a Palazzo Jacobucci. Si parla tanto di quote rosa e di parità di diritti ma è evidente che siamo ancora molto indietro sia come società che come Provincia: un consiglio esclusivamente maschile in cui non ci sarà nessuna donna a rappresentare i 91 comuni della provincia di Frosinone. E questo risultato fa male, o almeno dovrebbe essere così viste le numerose bacheche piene di slogan e di frasi fatte che lasciano però spazio a un’accettazione reverenziale verso l’altro sesso che nel 2026 puzza di naftalina e lacca per capelli.
E nasce spontanea una riflessione su una grande evidenza, i primi due partiti che hanno ottenuto risultati importanti, ovvero Fratelli d’Italia e il Partito Democratico, quattro seggi al primo e tre al secondo, sono guidati da donne. Chissà come commenterebbero il risultato Meloni e Schlein. Sembra quasi un paradosso e invece la realtà ci racconta che evidentemente il sistema non solo non è rosa, ma non è neanche lilla, violetto o color carne, è profondamente blu senza passare dal via.
Fa anche tristezza l’immagine data ieri sera durante lo spoglio, quando anche diverse esponenti delle amministrazioni e dei partiti del territorio esultavano abbracciando i loro colleghi, scelti perché “degni del ruolo ottenuto”, mentre loro restavano a guardare. Donne attive nell’agone politico locale e non solo, donne che ricordano spesso alle altre donne il diritto di farsi avanti ma che, ancora una volta, hanno legittimato colleghi invece che colleghe. Perché una donna che si fa avanti diventa ostacolo per le altre donne. Perché una donna che si fa avanti “chi si crede di essere più delle altre!”, che però restano sedute a sostenere l’altro sesso. Perché il grande gap della donna, a volte, è proprio questo, quello che per sentirsi migliori hanno bisogno della legittimazione degli uomini in un circolo vizioso che attraversa epoche, colori di partito, ruoli istituzionali, province, regioni, comuni, cda e che finisce sempre allo stesso punto. Un punto morto.
Nella giornata dell’8 marzo in cui si festeggia la donna, la donna ha perso. La giornata nella quale, più degli altri 364 giorni, si sottolinea l’importanza della lotta per i diritti delle donne, in particolare per la loro emancipazione, ricordando le conquiste sociali, economiche, politiche e portando l’attenzione su questioni come l’uguaglianza di genere, i diritti riproduttivi, le discriminazioni e le violenze contro le donne, le consigliere comunali della provincia, e con loro tutte le cittadine di 91 comuni, tornano a casa con un misero ramoscello di mimosa che già oggi sarà appassita. Mentre altri continueranno a decidere della vita politica e amministrativa di una provincia intera. Fatta di uomini e di donne che però hanno scelto di restare a guardare, con un sorriso stampato in faccia, battendo le mani a chi del loro mondo non sa e non saprà mai più di quello che si racconta davanti ai bar e nei corridoi, reali o social che siano. Benvenuto 2026.
Il 2 giugno 1946 le donne poterono finalmente votare, la loro voce prendeva vita dopo anni di buio e di silenzio. Oggi, 80 anni dopo, le donne che si emozionano davanti al film della Cortellesi – C’è ancora domani – e che si riempiono bocca e giornate di “pari opportunità” hanno scelto di sedersi a guardare idolatranti i loro colleghi. E’ questo il domani?
Ah, e per ben specificare, i voti delle elezioni provinciali sono ponderati. Perché più di qualcuno lo ignora. A votare sono solo i consiglieri comunali, i 91 comuni sono divisi in fasce rispetto al numero di abitanti che rappresentano territorialmente, quindi c’è chi con 10 voti di una fascia più elevata e una manciata di quelli di fascia inferiore riesce ad entrare in consiglio a dispetto di chi invece magari ne prende molti di più, ma da comuni più piccoli e il risultato, pur sommandoli tutti, non arriva a coprire 3 o 4 voti di fascia alta. E a votare sono amministratori per altri amministratori. E la scelta degli uomini – già più numerosi rispetto alle colleghe – appare ben evidente.
Oggi, 9 marzo 2026, il nuovo consiglio provinciale ha dei volti, hanno barba, baffi, vocioni e “indossano pantaloni”. A loro auguriamo di portare avanti le attività del territorio che rappresentano. Alle donne, non solo alle amministratrici, ma a tutte le cittadine, alle anziane che hanno vissuto il buio della seconda guerra mondiale, alle nostre ragazze, sempre più distanti dalla politica, da “questa politica”, alle nostre bambine che per l’8 marzo hanno portato a casa lavoretti realizzati con pazienza insieme alle maestre, dobbiamo delle scuse, perché se nel 2026 si trovano ancora una volta a non “avere voce” è perché quella stessa voce ce la siamo tolte da sole. Non domani, ma oggi.
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