In un tempo che sembra oscuro per la giustizia, bisogna guardare ai presidi del territorio con fiducia e non con paura o sospetto. La legge, i suoi uomini e le sue donne, sono punti di riferimento per il territorio in cui operano e non entità da temere.
A fare una panoramica è il Procuratore del Tribunale di Cassino, il dottor Carlo Fucci. Tra le numerose indagini svolte nel corso degli anni in Campania, quella sulla strage di Camorra di Casapesenna del 1988, le collusioni tra criminalità organizzata e mondo dell’economia. Arrivato a Cassino nella primavera dello scorso anno, fin da subito ha lavorato a testa bassa.
Sono trascorsi circa 10 mesi dal suo arrivo. Cosa si aspettava quando Le hanno detto che sarebbe arrivato qui, cosa in realtà ha trovato?
“Mi aspettavo di trovare quello che ho trovato, nel senso che sono consapevole della complessità del territorio di competenza. Delle dimensioni che, soprattutto se consideriamo l’incremento del numero delle persone che lo frequentano nel periodo che va dalla primavera all’estate, ci parlano di un territorio da media grande procura, anche se tecnicamente non è considerata così secondo i parametri ministeriali. Ero consapevole della necessità di realizzare un coordinamento delle forze dell’ordine, perché come Procura ci occupiamo di tre province diverse, quindi c’è l’esigenza di rapportarci con tutte le realtà dei vari territori, che hanno ovviamente caratteristiche diverse. Immaginavo che non fosse mai stato organizzato un rapporto operativo organico, cosa che ho iniziato a fare da subito mettendo in campo il mio modo di lavorare in sinergia. Coinvolgendo più forze di polizia su determinate indagini a seconda delle peculiarità”

Parlando di personale, sul territorio c’è bisogno di un incremento di personale o forza dell’ordine, anche per la procura? Come e cosa servirebbe per migliorare la situazione, ci sono delle necessità particolari?
“Quando sono arrivato sapevo che c’era la necessità di un nuovo progetto organizzativo del lavoro giudiziario, nei primi sei mesi o anche prima. Abbiamo affrontato la questione e abbiamo lavorato subito con i colleghi, una linea che abbiamo adottato già dopo tre o quattro mesi e che è al vaglio del Consiglio Superiore. E’ una procedura un po’ complessa, che dovrebbe essere messa a regime a breve, nel frattempo ho adottato dei provvedimenti organizzativi di intervento parziale per migliorare e per inserire profili organizzativi che erano un po’ assenti negli uffici, perché il progetto che c’era era vecchio. E qui ho avuto grandi sinergie con i colleghi che rappresentano una squadra straordinaria da tutti i punti di vista. Il personale amministrativo è l’altro problema. Dopo una settimana che mi sono insediato ho scritto al Ministro della Giustizia, sottolineando quello che ho registrato subito e quello che secondo me è un punto debole di questo ufficio, cioè la sottovalutazione dell’attività portata avanti da questa squadra. O almeno così è stato fino a poco tempo fa. Adesso comincia a esserci una consapevolezza, l’ufficio non ha un numero di magistrati adeguato rispetto alle attività che fa, e non ha il numero di personale amministrativo adeguato rispetto all’attività che svolge. Questo accade a parte i pensionamenti o a chi va via. Noi stiamo subendo 20 anni o anche più, come tanti uffici giudiziari, di mancanza di concorsi. Adesso con il contagocce arriva qualcuno per il personale amministrativo in particolare. Ed è per questo che ho scritto subito al Ministro, c’è stata una risposta di attenzione all’ufficio con le prime assunzioni che ci saranno con un progetto che il Ministero ha messo in campo, almeno per un profilo professionale, ma non c’è solo quello che deve essere soddisfatto. E poi ho chiesto subito, insieme al presidente del tribunale Aschettino e agli avvocati, di istituire una commissione in comune per l’analisi dei dati e di formulare una proposta di aumento di organico, sia dei magistrati della procura e del tribunale, che del personale amministrativo. Insisteremo perché questa commissione arrivi presto a concretizzare questo dato che serve anche nella comparazione con altri uffici. Ne ho parlato anche con il Ministro dell’Interno, Piantedosi a margine di un incontro che si è tenuto a Latina e sono partito anche dal fatto che l’estate scorsa ho chiesto un piano speciale di controllo del territorio per le isole pontine, per Gaeta e Formia e il territorio di confine. Un piano che c’è stato e che ha portato molti risultati. Ovviamente c’è stata una necessità di sinergia anche lì per le forze dell’ordine, uno sforzo straordinario. Ora, partendo da quello, posso dire che questa è la dimostrazione sotto gli occhi di tutti come dato, del fatto che abbiamo bisogno di più forze dell’ordine in un territorio complesso come questo. Quindi al Ministro Piantedosi chiaramente ed esplicitamente ho fatto presente questa realtà, cosa che il ministro ha percepito dichiarando poi alla stampa che ci sarà una particolare attenzione in questo senso. Ovviamente devono completare i concorsi. Persone , uomini e donne, che servono per controllare il territorio. Servono per fare indagini. Loro sono i nostri occhi e le nostre mani sul territorio, meno ce ne sono meno vediamo, meno riusciamo ad agire”.

Tra i punti che ha evidenziato nel suo discorso di insediamento, uno in particolare è emerso come aspetto di novità. Lei ha puntato tanto sul rapporto con i giornalisti parlando di diritto di cronaca, ma anche di tutela della segretezza, che è un aspetto molto importante per il nostro settore. Quanto può fare la differenza usare un’informazione nel momento e nel modo sbagliato, qual è la responsabilità della stampa a volte considerato che può fare la differenza?
“Questo è un tema delicato al quale ho sempre dedicato attenzione. Il rapporto con la stampa per la comunicazione verso l’esterno, ribadisco, è importante ed essenziale. E’ giusto che il legislatore lo abbia disciplinato affidando la responsabilità della comunicazione, anche delle forze dell’ordine, al Procuratore. E’ necessario che ci sia un responsabile. La comunicazione è importante perché è importante far conoscere all’opinione pubblica non solo il lavoro che si fa con il riconoscimento del merito che è dovuto alle forze dell’ordine o anche ai magistrati nell’adempimento del loro dovere, ma anche per far conoscere i risultati. Perché la conoscenza dei risultati incentiva sicuramente il cittadino che si trovasse in difficoltà o ad avere la necessità di rivolgersi all’autorità giudiziaria, come anche alle forze di polizia o ad entrambi ovviamente, a farlo. Sapendo che c’è una Procura della Repubblica e ci sono delle forze dell’ordine pronti all’ascolto e ad operare. Ovviamente non abbiamo la bacchetta magica, non possiamo risolvere tutti i problemi, ma sicuramente cerchiamo di affrontarli, almeno quelli che sono di nostra competenza”.
Responsabilità della stampa e il momento della comunicazione
“Il momento della comunicazione è indispensabile perché c’è una fase che è quella delle indagini che è riservata. E’ coperta dal segreto istruttorio e ci sono delle attività. Pensiamo all’ipotesi che si aggiungano delle notizie di reato che è opportuno non comunicare perché lo stesso indagato potrebbe non saperlo, anche perché rendere pubblica una notizia nel momento sbagliato puoi esporre la persona offesa. In questa comunicazione ci vuole maggiore attenzione, proprio come vuole la legge, bisogna fare attenzione proprio a non esporre gli stessi indagati attraverso la rivelazione dei loro nominativi, tenendo conto che davanti a situazioni eclatanti ciò diventa difficile o impossibile. Però c’è un’esigenza di tutela degli indagati perché l’indagato da questo punto di vista non è ancora un condannato. Potrebbe essere oggetto destinatario interessato anche di una richiesta di archiviazione da parte della stessa procura. C’è un altro aspetto molto importante: svelare l’attività di indagine può nuocere all’indagine stessa perché è comprensibile che gli interessati, talvolta nemmeno ancora tutti individuati dalle forze di polizia e dalle indagini dirette dalla procura, potrebbero ,come dire, attivarsi per far scomparire prove, minacciare i testimoni e altre cose. Poi occorre sempre un interesse pubblico, l’esigenza della comunicazione per far comprendere i risultati, per comprendere l’attenzione delle forze dell’ordine e dell’autorità giudiziaria rispetto a determinati temi anche piuttosto delicati. Talvolta si lanciano anche dei messaggi che possono avere una forza preventiva per fare in modo che altri cittadini non cadano nella stessa trappola da parte di truffatori e malviventi. Anche in questo caso c’è un interesse pubblico che è sempre alla base della comunicazione”.
Un’altra frase pronunciata in Corte d’Assise il giorno del suo insediamento ha lasciato il segno, in particolare quella della “giustizia non come mannaia, ma come un aspetto essenziale, un dovere di rispettare delle regole” . Può sembrare un concetto alquanto didascalico, forse più destinato a bambini o adolescenti, in realtà riportare questo concetto tra gli adulti e gli addetti ai lavori, ha preso una connotazione molto forte. Lei parlava di un rapporto costruttivo e di confronto anche con l’avvocatura, perché forse c’era mancanza di dialogo? Qual era la mancanza e qual era l’obiettivo: quanto è importante dialogare con l’avvocatura?
“Sembra strano che un Procuratore della Repubblica parli di necessità e di doverosità del rispetto delle regole in un messaggio di insediamento. Però è bene sempre ricordarlo. Io parto dal presupposto che tutti rispettano le regole: le regole delle indagini, i magistrati e quindi anche le forze dell’ordine. Tuttavia l’esperienza di tanti anni mi ha fatto conoscere situazioni, a volte nemmeno di mia competenza, che hanno riguardato persone che ho conosciuto, casi in cui non c’è stato rispetto delle regole. Oppure le regole sono state manipolate, utilizzandole senza la dovuta cautela, estendendo al massimo l’applicazione di quella regola. E fin quando restiamo nei confini della regola, diciamo che tutto è possibile, ma quando poi si superano dei confini dando interpretazioni che non hanno nessuna base sul fondamento giuridico, lì ovviamente si va nel mondo dell’illecito. Potrebbe anche non esserci un reato ma sicuramente un abuso. E questo non può, non deve accadere. È chiaro che io sono consapevole che il rispetto delle regole pone dei limiti rispetto al non rispetto delle regole- scusate il gioco di parole – da parte di chi commette reati. O da parte di chi gioca di rimessa, quindi i difensori, e quindi il nostro lavoro diventa più complesso e più difficile. Ma questo è ciò che ci chiede la Costituzione. Noi dobbiamo rispettarla. D’altra parte saremmo artefici di un Far West noi stessi e le forze dell’ordine qualora questo principio non fosse la nostra stella polare. Ciò a garanzia di chi opera, dell’indagato, colpevole o innocente che sia, delle persone offese. In questo discorso il rapporto con l’avvocatura è fondamentale. Noi tendiamo sempre ad acquisire i dati per accertare la verità reale, poi alla fine quella che viene acclarata è una verità processuale che nella maggior parte dei casi è aderente alla verità reale ma che potrebbe avere delle sfumature in meno, dei pezzi che mancano. Nella costruzione del percorso che punta all’accertamento della verità, ovviamente il pubblico ministero deve fare la sua parte nel rispetto delle regole acquisendo e cercando prove anche a favore dell’indagato. L’avvocato svolge il suo ruolo di difesa che gli affida la Costituzione e forse proprio lui ha delle possibilità in più rispetto al pubblico ministero. L’avvocato può, infatti, acquisire degli elementi di prova a carico del proprio assistito e non produrli, glielo consente la legge proprio perché la sua è una posizione di difesa. Poi tutto è rimesso alla sua scelta. Però su questo discorso di costruzione e di accertamento della verità, il confronto è fondamentale, in primis perché nessuno ha la verità in tasca, poi perché amplia la valutazione delle prove. Il mondo giuridico in genere ha poche certezze nel senso che possono essere tanti i passaggi e le sfumature che possono sfuggire al magistrato, alle forze dell’ordine. Possono sfuggire dei pezzi che non sono stati acquisiti. E nell’interlocuzione con l’avvocatura si ha la conoscenza dell’altra metà della mela, di quella parte che l’avvocatura ritiene necessaria. Poi il magistrato fa le proprie valutazioni tecniche che porterà all’attenzione di un gip per una misura cautelare, per la richiesta di una archiviazione, per un’udienza preliminare al gup o per andare al dibattimento. Però in questo percorso il confronto è fondamentale, non può essere considerato il difensore come una parte fastidiosa dell’indagine o del processo, al netto di situazioni soggettive che possono sempre verificarsi. Ma non può essere questo l’approccio assolutamente che il magistrato della procura, figuriamoci il giudice, può avere nei confronti di un avvocato”

Social, giudizi, commenti e opinione pubblica. Limiti, tra reato di diffamazione e libertà di pensiero
“Il lettore medio di cui parla la Cassazione era il lettore che non si fermava all’articolo ma ne leggeva il contenuto, chi con capacità maggiori chi con capacità minori, con il tempo necessario per comprendere determinati passaggi. Io stesso dico ai colleghi che oggi il reato di diffamazione va misurato non solo con riferimento al contenuto dell’articolo, ma con riferimento già al titolo, perché il titolo oggi e ciò che viene letto di più e a volte solo il titolo. Quindi se c’è già diffamazione come messaggio offensivo potrebbe anche registrarsi il reato integrato. Andremo sempre di più in questa direzione. Al netto degli errori che si possono commettere, in linea di massima, il lavoro è prevalentemente un lavoro positivo a volte con delle punte anche di eccellenza a seconda delle indagini e della specializzazione delle forze di polizia e di chi si è impegnato. Il giudizio negativo che non tiene conto di cosa stiamo parlando è sintomo di superficialità a volte anche di mancanza di cognizione di cultura in molti casi. A volte di prese di posizione e di pregiudizio. Questa mia convinzione del rapporto di confronto con l’avvocatura, il rispetto del suo ruolo, al quale ho riconosciuto parole di stima nella mia lunga attività professionale, è basato su quello che vuole la legge. Un modo che nasce a partire proprio dal mio modo di essere e tra l’altro, avendo avuto mio padre avvocato, conosco le problematiche collegate a quell’attività e la serietà del peso che normalmente accompagna l’impegno professionale dell’avvocato sia nel penale che nel civile. Si dirà che l’avvocato deve comunque difendere e portare all’assoluzione del colpevole. Ovviamente nel momento in cui accetta la difesa si muove in quella direzione e in quella direzione dà al magistrato degli elementi di valutazione che nel confronto il magistrato deve conoscere, perché potrebbero essere degli elementi importanti indipendentemente dalla consapevolezza. Tutti gli avvocati che conosco mi dicono sempre “non so se il mio cliente è colpevole o innocente, tranne se è stato trovato con una pistola fumante in mano e sempre che non gliel’abbia passata l’assassino”. Io accedo a questa linea, non può interessarmi e non deve interessarmi, perché il confronto è tecnico. La mia sensibilità me lo impone, ma anche la mia esperienza familiare e personale. Ricordo che ero magistrato da poco ed ero arrivato a Santa Maria Capua Vetere e subito misi in campo i colloqui con gli avvocati per un confronto. Ricordo bene una mattina con un avvocato senior del foro campano, ex senatore, arrivando in tribunale mi trovò al bar e mi invitò a prendere un caffè insieme ad altri avvocati cosa che io ho fatto sempre senza difficoltà, così come lo bevo con dei colleghi giudici, e mi disse “guardi che coincidenza stavamo parlando proprio di lei con questi miei colleghi più giovani, apprezziamo il fatto che lei ci riceva sempre e, oggettivamente, usciamo dal suo studio soddisfatti per questo confronto, anche se – aggiunse- non mi ha dato mai ragione”. Gli risposi che questo dipende dal merito della causa. Probabilmente non c’erano alcuni elementi necessari”.

Tolleranza zero contro usura, narcotraffico, reati ambientali, violenza di genere. Un bilancio di questi mesi, sono state diverse le operazioni portate a termine con risultati di tutto rispetto. Cosa ci descrivono questi dati?
“Al di là di casi occasionali che possono sempre verificarsi, i risultati positivi non sono frutto di occasionalità, sono frutto di un impegno e di un modo di gestire il lavoro in maniera diversa. Io credo che la capacità delle forze dell’ordine, le misure di prevenzione, ad esempio in questi mesi abbiamo portato l’esecuzione di due misure di prevenzione fondamentali per il territorio, sequestrate svariati decine di milioni di euro di società e poi droga, usura eccetera, siano il frutto dell’impegno e della capacità degli uomini e delle donne al lavoro, soprattutto in determinati settori. Ho letto, e qualcuno mi ha dato supporto di questa lettura, che è come se ci fosse stato un rinnovato impegno, un rafforzamento della volontà di impegnarsi per fare di più. Conta molto come la Procura della Repubblica coordina e i messaggi che dà alle forze dell’ordine: gli spazi, il rispetto delle regole e il riconoscimento delle attività. Diventa una conseguenza che i risultati arrivino prima, però sempre con un’attività attenta e puntuale. Questo vale per tutti i territori, se le forze dell’ordine avvertono un distacco tra il Procuratore della Repubblica, i magistrati e la procura in loco, conseguentemente c’è una riduzione dei risultati. Non a caso la legge affida al Procuratore della Repubblica, la direzione della polizia giudiziaria. Questo significa che la legge stessa vuole che ci sia un rapporto diretto di guida che ovviamente tenga sinergicamente conto dell’esperienza. Spesso ho notizia in questi tempi anche in territori particolarmente delicati, dove il mancato avvertire di questa attenzione e la mancanza di questo rapporto continuo e costante, luoghi quindi in cui si percepisce questa debolezza di direzione e coordinamento, in cui sbagliando può essere interpretato come mancanza di interesse. E questo può portare un rallentamento delle attività”.

Un altro punto molto importante che è stato toccato nel suo discorso era il riferimento alla pubblica amministrazione. La descriveva come “l’argine delle infiltrazioni” ma anche nelle azioni quotidiane della politica possiamo vedere che la falla nel sistema può creare dei disagi per l’intera comunità. Per lei cosa rappresenta questo modo di agire e qual è l’attenzione che si deve porre sia rispetto a quella che può essere un’attività di criminalità, sia rispetto proprio a quello che è collegato ai lavori della pubblica amministrazione e alle sue attività, che sono alla base della quotidianità della società?
“La mia esperienza me lo ha dimostrato in trenta anni a Santa Maria durante i quali ho fatto indagini per reati contro la pubblica amministrazione importantissime anche insieme ad altri colleghi. È veramente l’argine a qualsiasi tipo di infiltrazione che possa essere delinquenza comune, delinquenza organizzata, delinquenza economica che poi è a confine con quella organizzata, in alcuni casi vi si identifica. Perché l’azione della pubblica amministrazione si deve svolgere nel rispetto di determinate regole, queste regole possono essere facilmente aggirate, ignorate e questo, quando avviene, è esclusivamente per un interesse. Può essere per un interesse politico elettorale, certamente. Fino a poco tempo fa c’era il reato di abuso d’ufficio che puntava a comprendere e a guardare su quel versante, a parte gli interessi patrimoniali che comunque erano collegati alla commissione del reato degli abusi di ufficio. Oppure può essere l’interesse dell’arricchimento: l’arricchimento vede protagonisti soggetti al di fuori della pubblica amministrazione, può essere un imprenditore non legato a nessuna organizzazione ma che operi per proprio conto e che cerchi la scorciatoia e dall’altro lato un altro soggetto è il pubblico ufficiale, politico o funzionario che sia, che si presta perché quell’arricchimento interesserà pure lui. Allora se non c’è l’attenzione costante delle forze dell’ordine e in particolare della procura su questo settore si apre una prateria. Consideriamo che lo Stato in tutte le sue articolazioni spende quotidianamente fior di quattrini e quindi dove ci sono i soldi, che dovrebbero essere utilizzati esclusivamente per il fine pubblico per l’interesse della collettività, lì c’è il rischio dell’infiltrazione e dell’inserimento per un tornaconto personale. Si potrebbe dire “l’imprenditore viene favorito, ma il ponte si doveva costruire comunque, il palazzo anche e tutto ciò che viene realizzato”, ma se l’aggiudicazione avviene senza il rispetto delle regole, ha danneggiato un altro imprenditore. Sono tanti profitti: il lavoro che viene eseguito però l’appalto è stato affidato o aggiudicato senza rispettare le regole perché c’è stata casomai una turbativa d’asta ,e quindi ha vinto chi non doveva vincere, danneggiando quindi un imprenditore corretto. Altre ipotesi, che sono anche cumulabili tra di loro, quell’imprenditore è legato ad un gruppo criminale e quindi aggiudicandosi la gara nella violazione delle regole favorisce l’arricchimento di quel gruppo criminale che, casomai, poi investirà quei soldi in droga in altre attività illecite. E ha danneggiato comunque un imprenditore corretto che non ha vinto la gara, pur avendone probabilmente più titolo e non solo, ma inquina l’ economia perché consente casomai di utilizzare fondi riciclati per svolgere quel lavoro, soldi che poi vengono ripuliti con i mandati di pagamento della pubblica amministrazione. C’è un’altra ipotesi, la tangente ha un costo “perché utilizzare quella qualità di prodotto, utilizzo una qualità di prodotto inferiore così mi copro la tangente”. Ci sono anche casi in cui viene utilizzato il metodo dell’affidamento diretto non superando mai la quota prevista ma facendo registrare numerosi piccoli affidamenti. Questo sul lungo andare, durante un’amministrazione, durante il governo, piuttosto che durante un periodo di tempo limitato, è un elemento che sicuramente va attenzionato dalle forze dell’ordine. Ed è anche nella sensibilità degli operatori del settore rappresentarci situazioni del genere, perché per quanto ci possa essere un’attenzione preventiva, serve anche questo. Come Procuratore ho sempre posto nei territori in cui ho lavorato monitoraggi relativi a gare, bandi, ad affidamenti diretti, però sono tante le gare e gli affidamenti che si fanno che diventa difficile riuscire a stare dietro a tutto. E qui conta molto la sinergia. Nel momento in cui noi raggiungiamo dei risultati anche in quel settore e lo dimostriamo e lo comunichiamo, auspichiamo anche che gli operatori di quell’area che si trovino ad essere danneggiati da questi tipi di meccanismi, ci segnalino con una denuncia. Questa è una procura che attiva ed utilizza moltissimo anche gli esposti anonimi, non tutti infatti hanno la capacità o la forza, a volte c’è il timore di esporsi e noi, tranne per quello in cui ci viene detto che l’asino vola, siamo attenti a ciò che ci viene scritto. Ovviamente siamo attenti sempre innanzitutto alle denunce aperte ma non trascuriamo lo strumento che il codice ci permette di utilizzare. A volte capita che nei territori difficili, anche per la paura della reazione che può esserci dall’interno della pubblica amministrazione, si è portati a non esporsi. Noi speriamo di essere attenti e ci attiviamo per esserlo a 360° ma la sinergia con gli addetti ai lavori e con i diretti interessati e gli operatori, anche in questo settore, è fondamentale. Un errore che può commettere a volte un operatore economico, a mio avviso, è non denunciare in forma aperta o anonima per timore come dicevamo, ma anche perché alcuni pensano poi arriverà il mio turno. E’ l’umiliazione dell’economia pulita e l’umiliazione dei diritti alla quale si contribuisce ragionando in quel modo, se e quando si ragiona in quel modo”.

Si sta vivendo un po’ una deriva sociale e c’è questo bisogno eccessivo di sicurezza anche davanti ai diversi episodi di cronaca, tra i quali l’attentato alla macchina del sostituto procuratore dei mesi scorsi. Come si riesce ad arginare tutto questo secondo lei? Da che cosa è dovuto e che cosa possiamo dire alla comunità?
“Io credo che sia stato percepito in particolare dalla comunità di Cassino e dintorni un certo tipo di azione. Effettivamente nel momento in cui io sono arrivato, c’erano stati degli episodi particolari violenti di attività incendiarie e poi ci fu l’episodio dell’attentato incendiario ai danni della vettura della mia collega sostituta. Io nel giro di quarantott’ore dal primo episodio chiesi di mettere in atto qualcosa sul quale stavo già ragionando con il prefetto e quindi il comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica di Frosinone: un piano di controllo del territorio straordinario. Dopo quarantotto ore la città è stata blindata con controlli interforze e in quel momento si è bloccato il fenomeno, ci sono stati sempre meno episodi gravi. Ovviamente non in ogni strada è possibile avere un poliziotto o un carabiniere o un finanziere, però sono stati diversi mesi durante i quali il controllo del territorio è stato più pressante e questo è importante per creare ostacoli all’esecuzione di un disegno del genere. Questo rispetto ai fenomeni che si sono registrati e si inserivano, dal mio punto di vista, in uno scontro tra gruppi opposti per il controllo dello spaccio delle sostanze stupefacenti nella città, questa è stata sempre una chiave di lettura. E quindi il controllo del territorio ha ridotto questi episodi, anzi per un periodo li ha proprio bloccati, non ce ne sono stati, inoltre sono venute fuori tante cose perché ovviamente quando partono i controlli a tappeto nella città i risultati sono diversi. Continua a essere necessario un lavoro di intelligence delle forze dell’ordine, il coordinamento di più procure, indagini dirette e coordinate dalla procura. Ancora una volta è necessaria la collaborazione dei cittadini per far sì che siano sempre maggiori e numerosi gli elementi che noi acquisiamo per individuare i responsabili. Anche qui non esiste bacchetta magica, ma sicuramente il controllo del territorio è fondamentale. E quindi il numero, la qualità e la sinergia delle forze dell’ordine. C’è un’attenzione particolare sulla città di Cassino, questo non ha impedito che alcuni eventi si siano comunque registrati. Sicuramente non possiamo stare dietro ai singoli episodi. Questi sono metodi utilizzati ad oggi dai ragazzi, un metodo di violenza diretta che, come ho detto poco dopo essere arrivato a Cassino, mi ricordavano la violenza diretta senza timori rispetto ai risultati. Mi ricordano un po’ quel tipo di violenza della provincia di Caserta, che si è registrata in Campania negli anni ‘90 fine anni ’80, dove prevalentemente il lavoro della criminalità organizzata era sulla droga, dove c’era la spudoratezza dell’azione, la provocazione, indirettamente anche verso lo Stato e in alcuni casi direttamente. Che la dice lunga sulle peculiarità di questo territorio e alle quali stiamo lavorando dal primo momento”.
Abbiamo parlato di pubblica amministrazione, diamo uno sguardo diverso alla politica. Politica e giustizia. Quanto possono camminare insieme e dialogare e quindi avere una sinergia? E quanto è necessario anche il controllo della legge sull’attività politica, quanto è possibile è difficile, ci sono dei limiti?
“Politica e giustizia possono dialogare. La politica ha gli strumenti per confrontarsi con gli addetti ai lavori a cominciare già dagli organi deputati a ciò, come il Consiglio Superiore, per quanto riguarda la magistratura ordinaria. Sulla giustizia tributaria per confrontarsi prima di adottare una legge, perché le audizioni sono fondamentali sotto il profilo tecnico rappresentato, e possono essere evidenziati aspetti e profili che possono sfuggire alla politica. Detto questo io credo nella possibilità e nella necessità di una sinergia tra giustizia intesa come “amministrazione della giustizia” e istituzioni. Non deve essere il nostro rapporto antagonista. E’ vero, facciamo le indagini per ipotesi di corruzione, di turbativa d’asta e simili. Ma quella dovrebbe essere la patologia, la fisiologia è che l’istituzione agisce nel rispetto delle regole e noi ci siamo anche per controllare, i contributi controllano dei profili non controlliamo degli altri. E dove possono esserci punti di incontro per migliorare il funzionamento delle istituzioni delle pubbliche amministrazioni perché no, è bene lavorarci. Sarà introdotto e sto lavorando a un protocollo con la camera di Commercio di Caserta, ma coinvolgerò anche quella di Latina e di Frosinone per dare ai magistrati di questo ufficio e alle forze dell’ordine del territorio, la possibilità di utilizzare le banche date di Unioncamere. Una banca dati straordinaria per indagini in materia economica. L’ho fatta ad Isernia, lo abbiamo fatto a Santa Maria Capua Vetere: è uno strumento straordinario. Pari a quello strumento ci sono solo le banche della Guardia di Finanza. Le banche da Unioncamere hanno dei profili più aggiornati di quelle che ha la Finanza e sarà uno strumento straordinario. Quando parliamo di istituzioni non pensiamo necessariamente solo al Comune. Parliamo di una sinergia fondamentale nel momento in cui nascerà questo protocollo, utilizzeremo una ricchezza di notizie, un patrimonio di dati per salvaguardare l’economia pulita. Non è facile ma è possibile dialogare, dipende dall’approccio e da che cosa si vuole raggiungere. Si fanno diversi protocolli con altre pubbliche amministrazioni e istituzioni per un miglioramento del servizio”.

Come devono guardare le persone comuni, i cittadini giovani e meno giovani, al palazzo di Giustizia? E’ un emblema, si trova al centro della città. Per la comunità il tribunale è un punto di riferimento per tante cose. Con quali occhi devono guardare a questo luogo? Capita spesso che attriti e questo senso di insicurezza allontanino. Quali sono gli obiettivi e le speranze?
“Come ho detto anche nel mio insediamento, il Palazzo di Giustizia e quindi complessivamente l’istituzione giudiziaria non può essere un’isola nella società, è parte della società e quindi nei limiti del proprio ruolo, di ciò che il ruolo consente al magistrato e all’istituzioni giudiziaria, deve partecipare alla vita della città e del territorio. Si partecipa a trasmissioni giornalistiche, alle manifestazioni di interesse, ai momenti culturali che comunque consentono di confrontarsi con i giovani. Questo è un metodo per far comprendere il messaggio legato all’attività del magistrato. Il palazzo non è un’isola e neanche la nostra attività deve essere un’isola, ovviamente rispetto ai limiti del ruolo. La mia porta non solo figurativamente ma spesso anche materialmente è aperta, così è sempre stato. Io ascolto, ovviamente tutto quello che può essere rappresentato a me, ma anche alle forze dell’ordine, per poter operare anche in maniera preventiva, nella quale io credo molto. Faccio, ma l’ho sempre fatto, sempre indagini di scenario. L’ho fatto a Santa Maria Capua Vetere, ma anche a Isernia negli anni che sono stato lì, per prevenire o per ridurre un fenomeno negativo. Anche quella è prevenzione, parliamo di illeciti. E quindi l’ascolto c’è, per quanto mi riguarda, io rappresento un ufficio e da questo punto di vista sono un riferimento. Ovviamente anche qui ci sono dei limiti che bisogna rispettare. Il cittadino ha tutti gli elementi per ritenere che ci siano le condizioni per guardare con fiducia a chi opera in questo Palazzo e non sentirlo come qualcosa che non gli appartiene e che non è accanto a lui, anzi in realtà è molto più accanto alla sua quotidianità di quanto pensi“.
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