Una ragazzina, un sabato sera come tanti in città. Ma che poi neanche tanto sera, piuttosto tardo pomeriggio. La ragazza in questione per poco non finisce investita da una vettura che stava transitando poco distante da un locale del centro. La persona al volante scende, mentre chi era con la ragazzina sembra essersi volatilizzato. Immediatamente l’adulto si rende conto che ha davanti poco più che una bambina in evidente stato di alterazione. Cerca di capire come agire. E mentre fa il punto osserva quella che potrebbe essere sua figlia, una ragazzina che potrebbe tranquillamente frequentare una scuola media. Una ragazzina che poi si allontana alla ricerca delle amiche “perdute”. Una ragazzina che non avrebbe potuto trattenere o sfiorare proprio perché piccola e sconosciuta.
Qualche ora dopo un’adolescente arriva in ospedale, troppo alcol per un corpo che non potrebbe sostenere neanche un etto di ciliegie sotto spirito. Non è incosciente, non è priva di sensi, è annebbiata, non è in sé.
E ora proviamo tutti insieme ad analizzare, ancora una volta, cosa accade in questa città. Una giovanissima che era in giro ad un orario non notturno, ma che è tranquillamente entrata in un locale dove le sarebbe stato somministrato uno o più alcolici. Per poi finire in giro con amiche della sua stessa età, o poco più grandi. E dopo poco, all’ora in cui comunque le persone si siedono a tavola per cenare, non all’ora in cui si va a dormire o già si dorme, la famiglia “recupera” una ragazza, una figlia, in stato alterato.
Nella città in cui tutto va bene, così ci dicono. Nella città in cui i controlli a tappeto e i “mille occhi” dovrebbero osservare tutto. Nella città “faro di cultura” di tutto il pensiero occidentale (!), ecco che ancora una volta ci ritroviamo con una bambina considerata donna e trattata come tale. Come se una bambina di dodici anni in tailleur potesse essere considerata una manager. Nella stessa città in cui da giorni davanti ai bar, per le strade, nelle piazze e davanti alle scuole tutti si ergono a giudici profeti del “a mia figlia non sarebbe successo, ma se le mandi in giro conciate così ovvio che le scambiano per maggiorenni, ah ma lo sanno tutti chi da alcolici ai ragazzini” e via dicendo. Tutti genitori di Carlo Acutis a Cassino.
E allora, a tutti i giudicanti e a tutti i “super partes” viene da dire: se tutti sanno perché nessuno parla? Se tutti hanno figli perfetti e sono educatori integerrimi, perché continuano a registrarsi casi simili? Perché puntare il dito contro genitori assenti e inadeguati se poi ci ritroviamo a non sapere gestire neanche i capricci che si registrano quotidianamente nelle nostre case e nelle aule dei nostri ragazzi? O nei campi, o nelle sale da ballo? Dando ovviamente la colpa al docente di turno, all’allenatore/allenatrice incompetente, al compagno/amica che prevarica. La colpa è sempre nell’altro, dimentichiamo che i nostri ragazzi sono l’altro per qualcuno.
E se quella ragazzina fosse semplicemente andata a casa di una sua amica a trascorrere il pomeriggio, con l’impegno di ritornare a casa per cena e la madre invece l’avesse trovata così, magari alle 20.30 o alle 21? Dove era la madre, dove era il padre? Forse non a fare l’aperitivo, come “sparano” i giudicanti, forse erano a fare la spesa, a recuperare altri figli da qualche campo dopo una partita, o a casa di altri amichetti. Perché il problema vero è che se non si può pensare di lasciare un figlio adolescente a casa di un coetaneo per il sabato pomeriggio perché se si esce nel pomeriggio o tardo pomeriggio e si entra in alcuni locali viene tranquillamente somministrato alcol a go go, allora il problema non è del genitore dissennato, ma di una società bacata. E ci sta che un figlio faccia una sciocchezza, ma ci si aspetta che un adulto non “approfitti” dell’ingenuità di una mente così inesperta e puerile solo per “far cassa”. Che l’adulto di passaggio non giri lo sguardo altrove.
Dove sono i “mille occhi”, i “cento sguardi”? Non è possibile ricostruire il percorso fatto da una ragazzina un sabato pomeriggio in centro? Allora stiamo vivendo un fallimento senza appello, e questo non vuole essere un giudizio da moralista, ma il frutto di una seria preoccupazione.
Se poi ci aggiungiamo una forma di comunicazione che segue una narrativa da copione, magari calcando la mano di qua e alleggerendo di là, magari fidandosi di una verità raccontata, prediligendo una o più fonti rispetto ad altre, ecco il piatto servito. E il problema resta lì, nella comunità che sa ma non dice, nei genitori perfetti che nascondono cumuli di polvere sotto abiti di marca, in uomini e donne che si sentono migliori degli altri e in una città che continua a perpetrare atteggiamenti illegali e pericolosi perché tanto “la colpa” è sempre dell’altro. Per poi aspettarsi controlli che verificheranno che in qualche attività commerciale non c’è lo scopino del gabinetto con l’igienizzante, o la pedana del bancone non è a norma e via di sanzione.
E le “carrozze” continueranno a portare i Pinocchi e i Lucignoli di turno a bere, fumare e giocare a biliardo nel paese dei balocchi.
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