di Barbara Gigante – “E’ il karma”, “Se stava a casa non gli succedeva”, “Ben gli sta”, “Povero cinghiale”. Sono solo alcuni dei commenti riportati in calce alla notizia dell’uomo di 74 anni morto durante una battuta di caccia. Luigi Rotondo, questo il suo nome, ha lasciato una famiglia che lo amava moltissimo, costretta a passare dal vecchio al nuovo anno con la faccia piena di lacrime e un macigno sul cuore; ma cosa volete che conti, di fronte alla necessità di sfogare i beceri istinti lapidatori del popolino del web?
Ogni Natale c’impegniamo a credere alla favola che vuole le persone più buone e più felici in questo periodo dell’anno. Purtroppo basta aprire i social network e quel pizzico di ottimismo che anima lo spirito dei primi giorni dell’anno svanirà in un nonnulla, travolto dall’ondata di bile violenta, vomitata davanti a un rassicurante schermo, per via di qualche ancestrale meccanismo del branco che lo spazio virtuale è in grado di resuscitare.
In una sorta di delirante disforia di specie, l’uomo social si è riscoperto in questi giorni più capace di amare un cinghiale che un membro della propria comunità. La figura di un padre attento, un uomo buono e disponibile, un onesto lavoratore che ha sempre pagato le tasse e insegnato ai suoi figli il rispetto per la legalità è completamente scomparsa dietro all’animalismo d’accatto di questi riscoperti zoofili dell’ultima ora.
Niente di diverso, purtroppo, da quanto accaduto in occasione di altri recenti incidenti legati alla caccia, come l’uomo di 60 anni gravemente ferito a Terelle o il cinquantenne colpito sui monti aurunci da un malore. Il lutto dei familiari viene annientato dalla furia castigatrice di questi moralizzatori da strapazzo, che non si fanno neanche un po’ schifo mentre inneggiano alla morte altrui, giusto nei giorni in cui hanno aggiunto un altro pastorello al presepe, dimostrando ancora una volta quanto vuote possono essere certe ritualità se non servono a predisporci con amore al prossimo.
Le posizioni contrarie alla caccia avranno le loro argomentazioni a sostegno, questo non giustifica la disumanizzazione di chi la pensa in maniera diversa, purché si muova nei limiti della legalità. Esistono metodi differenti per contenere il sovrannumero di esemplari e rispettare la biodiversità faunistica? Forse, ma non vedo per quale motivo bisognerebbe proibire a un uomo di procurarsi la cena con le proprie mani, dal momento che la caccia accompagna l’umanità dal paleolitico ed è sicuramente più sostenibile degli allevamenti intensivi che stanno distruggendo il pianeta, la nostra salute sempre più batterico-resistente e appesantendo il sistema sanitario nazionale.
Se uno decidesse di vivere il più possibile lontano dai supermercati, sfuggendo al giogo capitalistico come meglio riesce, per il consumo di carne avrebbe come risorsa alternativa l’allevamento e la caccia. La selvaggina, si sa, è carne pregiata e prelibata e solo il progressivo rintontimento della città può aver fatto perdere all’uomo la coscienza di come uno quella carne se la sia procurata. Saranno affari del singolo se preferisce mangiare qualcosa di cui conosce la provenienza, anziché ingurgitare carne del supermercato proveniente da allevamenti eticamente dubbi? I nostri nonni, quelli che hanno fatto la seconda guerra mondiale, troverebbero allucinanti certe argomentazioni, che forse non sarebbero proprio in grado di comprendere, provenendo da un mondo ben lontano dagli attuali, ingiustificati, fanatismi anti-specisti.
“Mio padre amava la natura. E’ forse l’uomo che più amava la natura tra tutti quelli che io abbia mai conosciuto” – dichiara Simone Rotondo, primogenito del defunto.
“Proveniva da un mondo, quello dei miei nonni, in cui la caccia era comunemente praticata senza alcuna polemica a riguardo, in un contesto paesaggistico che permetteva di vivere a stretto contatto con i boschi e con le campagne” – sostiene Simone, riferendosi ai paesi della provincia di Frosinone nei quali è cresciuto. Poi prosegue:
“Non stiamo parlando di bracconieri, ma di una squadra di cacciatori esperti e compatti che si muoveva con sicurezza in quegli ambienti e spesso si ritrovava a disinnescare le trappole illegali di altri uomini senza scrupoli. Fa male che offendano in questo modo la memoria di un uomo che spesso tornava a casa a mani vuote dalle battute, proprio perché andava solo a colpo sicuro, non lasciava la preda agonizzante nei boschi, quindi se non era certo di prenderla neanche sparava”.
Un unico errore commesso gli è purtroppo costata la vita, ma nessuno ha la pretesa di dire che non fosse una prassi pericolosa; lo sapeva e ne aveva accettato i rischi. Resta che avesse il massimo rispetto per quegli animali, predati solo in condizioni ottimali e poi mangiati, così come un ghepardo mangia la gazzella, uno squalo i pesci più piccoli, la volpe le galline, secondo l’ordine delle cose stabilito dalla natura, che nessun antropocentrismo buonista riuscirà mai a scalfire.
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